Pap77’s Blog
Non un Diario, bensì un Best-iario dei miei pensieri…

Welcome to the real world!

Si racconta che intorno al primo secolo d.c., lungo la consolare Flaminia in direzione di Ariminum, a poche miglia dal ponte sul fiume Pisaurus, ci fosse un vicus non raggiunto dall’aquedotto romano. Gli abitanti di quella zona, compresa tra i colli del SanBartolo e della SantaColomba, furono vittime di quella che oggi potremmo considerare il primo caso di discriminazione tecnologica nel nostro territorio. La storia non ci ha lasciato la possibilità di capire perchè questo accadda.

Fu  un errore nel considerare questa valle non bisognosa d’acqua, visto che si trovava proprio sull’argine di un fiumiciattolo? Lo sbaglio sarebbe stato grossolano e non incline alla perizia e meticolosità romana. Il Fosso delle ranocchie, come viene chiamato oggi, assomigliava, già allora, più a una fogna che ad una fonte di acqua potabile. Un mezzo di trasporto per la malaria e per gli scarti corporei di chi ne viveva ai margini.

Allora potrebbe essere stata la difficoltà dell’opera, costretta ad adeguarsi alla morfologia così ondulante del territorio, a scoraggiare ingennieri e quaestor dell’epoca. Il denaro imperiale serviva di più dentro le mura che ai margini della centurizzazione Pisaurensis. Terre buone per plebei, come prima di loro i loro padri e prima ancora i loro nonnni. Gentes venuta da Roma, si, ma a piedi, al massimo su carri trainati da buoi, alcuni mischiati a Senoni pentiti. La colonia per essere Iulia e Felix aveva bisogno dei sui sacrifici e di qualcuno che li facesse. Tanto più che le ville patrizie della zona disponevano dei loro pozzi privati, vista la natura superiore degli avi e della conseguente miglior capacità nell’effettuare scelte giuste.

Ore, percorse sulla Flaminia verso la grande valle e poi il ritorno a casa, per reperire la materia culla della vita. Anfore piene di quel liquido, così semplice ma così complicatamente essenziale e raro allo scopo dell’umanità, venivano trasportate sulla testa da grappoli di donne e bambine. Ore di cammino che si tramutano in giorni, poi in settimane che legandosi tra loro danno vita ai mesi, ad anni, a secoli. Animali che trascorrono il loro tempo a sopravvivere o almeno a provarci. Dimostrando la loro devozione nella dea Vita sacrificando non animali, non amuleti e nemmeno altri come loro ma quello che ogni animale, ogni pianta e ogni uomo ha di più prezioso: minuti. 

Ritornando alla storia, ci viene raccontato che una mattina d’estate, una particolarmente torrida, arrivate alla vasca pubblica, le matrone si trovarono davanti dei centurioni a guardia della poca acqua che sghorgava dalla fontanella. Con un decreto approvato unanimemente dai decuriones, infatti, veniva proibito l’approvvigionamento idrico al difuori delle mura della città. Soltanto nelle prime due ore di sole si poteva attingere dalle fonti artificiali pubbliche che si trovavano oltre le porte. Le donne, per quel giorno, arrivarono tardi.

Il giorno seguente arrivarono un’ora prima, ma la legge cambiò ancora e restrinse il tempo concesso alla plebaglia. Ancora quelle sacerdotesse rurali, così ancestrali agli occhi di un cittadino, dovettero obbedire e piegarsi al volere dell’impero e di chi lo amministrava. Essendo lontana da Pisaurum, quella gente era sempre in ritardo. Le leggi non arrivavano oltre i ponti e non potevano viaggire nell’aria. Nel tragitto si potevano cogliere discorsi, avvertimenti o indiscrezioni da chi si incrociava per strada, ma al loro arrivo, ovunque esso sia, era sempre tardi per loro.

Il sentimento di essere vittime di un soppruso, di essere parte della romanità soltanto quando i tributi dovevano essere pagati, di essere costretti a bere e fare bere ai loro figli acqua malsana e pericolosa mentre dai pozzi vicini ma inaccessibili si attingeva acqua anche per le bestie, ricoprì il cuore di quegli uomini di una patina, una polvere che bruciava dentro il corpo e che lo faceva fremere. Un guscio marmoreo che blocca il sangue dentro, blocca la testa ma fa agitare le mani e i bastoni e le spade.

Così i mariti di queste vestali camminanti, contadini, ma soltanto tra una guerra e l’altra, non riuscirono più a sopportare l’ingratitudine dell’impero e degli uomini che lo componevano. Si misero in armi, organizzati e sicuri come in battaglia verso le domus patrizie vicine. Sembravano veri legionari al cospetto del nemico barbaro, impreparato e incapace di difendersi. Appropriarsi delle riserve idriche conservate in quelle ville non fu difficile, la preparazione alla guerra di chi la comanda è inferiore di quelli che la combattono sul serio.

Sangue di origine troiano scorse sulle colline e la rivolta degli assetati fece rumore fin dentro le mura ed echegiò presto anche al foro. La cronaca degli scontri la risparmio, sappiate soltanto che forze armate vennero in aiuto dalla città di Ariminum e che soltanto il buon senso delle parti feci in modo che altro sangue andasse ad alimentare il già malarico Fosso delle Ranocchie. Ma l’onda di quella rivolta infrantasi sullo scoglio della politica riuscì a schizzare parti di se stessa molto lontano. Pare che anche l’Imperatore venne a conoscenza dell’accaduto e anche se fu  ritenuta una questione marginale ai suoi diretti interessi, pensò bene di approfittarne per crescere la sua influenza nella zona.

Cos’ pochi mesi dopo venne costruito un piccolo acquedotto che, rifornendosi dai vari pozzi patrizi, convogliava acqua potabile nella piccola vallata. Una fontana venne messa vicino alla consolare e si narra che lo stesso imperatore Augusto, in viaggio nelle terre d’origine della moglie Livia, volle fermarsi ad abbeverare lui e il suo cavallo proprio il quel luogo, memore di quello che lì accadde. Da quel giorno il vicus venne identificato come “dove l’imperatore attaccò le briglie del cavallo” e questo gesto, tutt’ora, identifica quel luogo: Cattabrighe.

PS: Questa storia è puramente frutto della mia fantasia, verosimile perchè la storia, con il suo ripetersi, la rende tale e la natura umana, col suo riproporre errori noti fatti da altri prima di lui, non ne diminuisce il valore. Dopo 20 secoli non è il nostro il sangue che scorre ma ci sono ancora migliaia di fiumi e valli bagnati dal sangue di persone che sono diverse solo perchè così sono considerate.

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