Pap77’s Blog
Non un Diario, bensì un Best-iario dei miei pensieri…

Domus, dolce Domus

  Tratta da Panoramio.com  

“…another brick in the wall”, cantavano i Pink Floyd nella celebre canzone. Il gruppo inglese faceva riferimento a un muro ideologico fatto di mattoni d’odio che rendeva sempre più lontane e diffidenti tra di loro le persone. O almeno io ho inteso così questa canzone immortale, The Wall, che rappresenta un concetto universale applicabile praticamente ad ogni incomprensione umana, se ci si pensa. Di muri trasparenti, impalpabili e metafisici ma invaricabili ce ne sono un’infinità in giro per il mondo, costruiti da piccolli mattoni che rappresentano singole azioni di chi ha un certo potere su di un vasto numero di individui che quelle decisioni le subiscono. Proprio di uno di questi muri invisibili vorrei parlare in queste righe, senza tirare in ballo cissà che alti valori morali o sociali ma è sempre un vallo che qualcuno ha tirato su per noi e del quale non si sentiva la mancanza. Questo muro, le cui fondamenta sono ben salde nel terreno della storia, è stato sempre più alzato con il passare degli anni da chi ha potuto, o voluto, decidere a discapito dell’interesse comune. E non è troppo lontano da chi abita, lavora, villeggia o comunque bazziga a Pesaro. Un bastione possente, tenuto insieme da una malta fatta di ignoranza ed indifferenza, circonda e stringe sempre di più la città soffocando le voci che cercano di arrivare fievoli da un passato lontano ed irrecuperabile. Ultimo mattone messo in posa, pesantissimo perchè ormai è uno degli ultimi a disposizione dei manovali all’opera nel grande cantiere di smaltimento storico, è cosa di pochi giorni fa. Un azione di impareggiabile stoltezza da parte dell’amministrazione comunale che nei due mandati a disposizione è stata fin troppo attiva nel degradare le testimonianza storiche  là dove il tempo non è riuscito ad arrivare.

    
    Nell’ultimo decennio a caratterizzare piazzale Matteotti ed a renderlo simile ad un padiglione circense, c’è stato un telone di plastica bianco tenuto insieme da pilastri di accaio che spiccava tra Rocca Costanza, il “grattacielo” di Vetro e una mega rota-parcheggio. Chi passava di lì non poteva non notarlo, anche soltanto perchè, se in macchina o in autobus, sicuramente costretto almeno una volta a fermarcisi davanti per far passare qualche pedone in transito sulle zebre poco più in là. In tanti ci avranno dato una sbirciatina veloce vedendo un cratere di qualche centinaio di metri quadri e molti di questi si saranno domandati perplessi a che cosa servisse quella antiestetica struttura. Innumerevoli volte venne maledetto quello scavo archeologico che sottraeva inutilmente posteggi, a pagamento si ma a due passi dalla piazza, all’intera comunità.  Per molti pesaresi la villa romana rinvenuta durante i lavori di ammodernamento della stazione delle corriere fu solo un disturbo, almeno all’inizio, diciamoci la verità. I pochi che a Pesaro si muovono in “tram”, come ci piace chiamarlo a noi pesaresi, persero il punto di riferimento principe nonchè snodo importantissimo per quei parallelepipedi arancione chiaro gommati. Si dovettero cambiare abitudini e tragitti per quei quattro sassi sistemati male e per i primi tempi quel tendone bianco proprio non andava giù ai più. Un pugno nell’occhio della città, molti dissero. Qualcuno dall’alto, però, aveva deciso che quelle macerie non dovessero essere spostate e il Municipio dovette adeguarsi facendo di necissità virtù.
   
    L’ematoma intorno all’orbita, infatti, si trasformò ben presto in un’opportunità turistica che andava sfruttata al meglio. Si recintò l’area, si misero video-totem multilingue che raccontassero la storia di quei resti e si affissero cartelli esplicativi su ciò che rimaneva della costruzione. Tantissime persone, incuriosite e spinte anche dalla propaganda dei media, fecero la loro visitina. Che quelle file di mattoni intersecanti tra di loro erano le fondamenta di una casa romana, una bella casa romana, costruita più o meno all’epoca di Gesù divenne di dominio pubblico. Il bagaglio culturale di ognuno si arricchi di quella scoperta e molti, compreso il sottoscritto, la giocarono come carta quando si voleva portare la chiacchierata con la ragazza dall’apparenza intellettuale, appena conosciuta nel locale durante una scorribande fuori porta, ad un livello più alto. Non funzionò mai, ma forse la colpa non era della Domus Romana.

    Io la vidi per la prima volta un pomeriggio che facevo l’obbiettore e allungando la strada per fare una commissione per il mio ente mi ci trovai davanti. Lì per li non mi colpì troppo, lessi svolgiatamente soltanto il primo dei tre cartelli e cercai di fare funzionare il totem che però non volle sapere di obbedire ai miei comandi. Allora mi appoggiai all’inferiata e la percorsi tutta con lo sguardo. Non decifrai bene tutte la composizione nel suo insieme ma quella sera, per la prima volta, ripresi i libri di storia delle superiori e iniziai, anche questo per la prima volta, a leggere seriamente il capitolo sull’impero romano. Non trovai scritto nulla su quella casa ma il germe della curiosità era entrato in circolo e quello che rimaneva di quella casa ebbe una grande influenza su di me. Negli anni mi documentai e studiai il periodo in cui Pesaro naccue, crebbe a poco a poco e divenne una vera e propria città. A visitare la casa romana ci andai altre volte, ed ognuna di queste mi sembrava diversa perchè sapevo più cose. L’ultima volta me la immaginai come avrebbe dovuto essere all’apice del suo splendore. A due passi dalla porta principale, quella alla quale si arrivava direttamente da Roma, se ne stava tutta tranquilla insieme ad un gruppetto di altre case simili appena fuori dalle mura. In età imperiale le mura non servivano più come difesa e quella avrebbe dovuto essere una zona, se non esclusiva, di un certo pregio. L’entrata a pochi passi dalla Flaminia e le camere da letto con la vista sul mare, all’epoca poco distante. Dovrebbe essere stata una famiglia importante ad abitare quei muri scomparsi.

    Domani sarà un gioiello andato perso ma non per colpa di qualche evento traumatico o di qualche disastro naturale. Nei secoli le cose cambiarono, l’impero crollò, il benessere e la sicurezza augustea furono dimenticati e non mi stupirei se la Domus fosse già stata disabitata e in parte smatellata prima delle grandi invasioni barbariche. Le pietre con cui era stata costruita vennero reciclate per dare vita a nuove costruzioni che poi avrebbero dato vita ad altre case o palazzi. L’uomo ha sempre avuto delle necessità e delle priorità, nel passato non si è mai ritenuto necessario di salvaguardare la propria storia. Così il tempo passa, il terreno si stratifica e fa sparire quello che l’uomo non raccoglie. Nei secoli tante cose furono distrutte ed andarono perse a Pesaro. Dell’acquedotto di Muraglia non rimane traccia mentre delle mura Roveresche resta soltanto un torione dove oggi ci sono gli orti Giuli. Il Ponte a tre arcate sul Foglia, quello che c’è oggi è una mistificazione post bellica, fu in gran parte distrutto dai bombardamenti del secondo conflitto e tantissimi altri monumeti che oggi non ci immaginiamo nemmeno visto che non è rimasta nemmeno traccia scritta.

    Eppure nella storia recente della città sono state fatte delle scoperte di rilevante valore  ma le necessità e le priorità sono rimaste invariate nel tempo. Anche se oggi non c’è più il problema del mangiare, le spese collettive sono sempre troppe per poter trovare fondi anche per la tutela del patrimonio storico.  Peccato che poi la classe dirigente e decisionalista della città chiudesse cli occhi oltre al portafoglio e facesse ridiscendere tutto questo ben di Dio nel biuo e nell’oblio del tempo.  Per parlare solo delle malefatte più recenti si deve iniziare con il grande mosaico sotto il Duomo. Opera d’arte di enestimabile valore e rimasta visibile, in parte, per poche settimane prima di essere sepolta da una serie di mattoncini originali e ben puliti. La seconda macchia archeologica di questa amministrazione fu la distruzione completa di un presunto ritrovamento fatto durante la costruzione del parcheggio il Curvone. Si deve usare il condizionale visto che non si smossero tanto le acque memori degli errori del passato. PesaroParcheggi doveva produrre profitti a breve tempo e non si potevano perdere anni per studiare quello che avrebbe dotuto essere il porto della Pesaro imperiale, il più grosso che la città abbia mai avuto nel passato. Le cose vanno distrutte per poter essere ricostruite, è ovvio.

    Ultimo agnello sacrificale salito sull’altare del Dio Interesse è la Domus Romana e le mani sono ancora sporche di sangue. Martedì scorso i lavori di sotterramento dello scavo venivano iniziati mentre in Consiglio ancora si stava votando sull’argomento. I tempi della politica sono strani come le larghe intese che si trovano quando si devono fare i danni dei cittadini. Pochi hanno mosso un dito e chi l’ha fatto è comunque arrivato tardi. Coprire tutto costa meno che valorizzare l’area ed inoltre un domani, quando nessuno si ricorderà più del tendone bianco, ci potrebbero costruire anche un parcheggio, magari a due o più piani. Intanto ci si fa un bel giardinetto sopra, un pò di verde ci vuole in città ma sistemare per aprire a tutti il fossato di Rocca Costanza costa troppo. Così in una città in cui negli ultimi anni si è costruito quasi un appartamento a testa, dimostrando grande interesse per le case in generale, quella più inportante viene seppellita come un illustre antenata che ormai a dato quello che poteva.
    Oggi sono andato a vedere in che condizioni era la mia Domus Romana, mi sono immedesimato in una scena di una fiction in cui un famigliare va all’obitorio per riconoscere un cadavere. Un telo di plastica copriva i mattoni e dal profilo rivedevo con gli occhi della memoria la casa a due passi dalla via Flaminia piena di vita al suo interno. Vicino a me arrivarono un signore sulla trentina ed un bambino dell’elementari. Il padre alzò il figlio e lo fece aggrappare alla rete poi disse: “Gurda come è adesso… Ti ricordi che ogni tanto ci siamo venuti a vederla? Cerca di ricordarti com’era che tra un pò non ci sarà più”. il ragazzino guardò in basso e rispose “veramente Babbo… Mi ricordo che lì c’era un buco…”. Mi allontanai sconsolato, le parole del bambino mi avevano fatto capire che per quella casa non c’era futuro. Un magone alla gola mi prese mentr tornavo alla macchina parcheggiata alla meglio. Erano parecchi mesi che pensavo di venire per fare un pò di foto ma ormai è troppo tardi.

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